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Il tuo aperitivo rosso, gli insetti e una piccola storia italiana

Di Redazione · 19 Maggio 2026 · 5 min di lettura

Da dove arriva quel rosso fuoco che amiamo tanto. Spoiler: la risposta non è una buona notizia per nessuno.

Cominciamo dalla parte più traumatica, così ci togliamo subito il pensiero. Il bellissimo rosso intenso che colora il tuo rossetto preferito, la fragola dello yogurt del mattino, certi salumi dal colorito sospettosamente perfetto e – storicamente – anche il principe di tutti gli aperitivi italiani, viene prodotto schiacciando insetti. Tanti insetti. Tantissimi insetti.

Per essere precisi: circa 80.000 piccole cocciniglie essiccate per ricavare appena un chilo di colorante. Tu mettici pure il sale sulla ferita immaginando che siano tutte femmine, perché solo loro contengono la sostanza giusta. Cinematograficamente, è un genocidio entomologico in tonalità scarlatto.

Si chiama carminio, e ha un curriculum spettacolare

Sulle etichette lo trovi con nomi vari, scelti apposta per non rovinarti l’appetito: carminio, cocciniglia, acido carminico, Natural Red 4, oppure il classico misterioso “E120”, che sembra una targa di un’auto sportiva e invece è il codice europeo della sostanza in questione. La materia prima è la Dactylopius coccus, un piccolo insetto parassita che vive felice e tranquillo sui cactus messicani e sudamericani, fino al giorno in cui qualcuno arriva, lo raccoglie, lo essicca, lo bolle e ne estrae l’acido carminico.

Aztechi e Maya lo usavano già più di mille anni fa per tingere tessuti regali. Tiziano e Rubens lo spremevano nei loro dipinti. I soldati britannici delle famose “giacche rosse” dovevano la loro divisa proprio a questi insettini. Un curriculum migliore di quello di tre quarti dei nostri parenti.

Il Campari, l’aperitivo che ha cambiato idea (dal 2006)

Veniamo subito a quello che probabilmente ti stai chiedendo, e che riguarda da vicino noi italiani: “ma allora il mio Campari?”. Prepara una sedia, perché qui c’è una piccola storia che merita.

Per quasi un secolo e mezzo – dal 1860 fino al 2006 – il Campari Bitter, simbolo dell’aperitivo italiano in tutto il mondo, ha ottenuto il suo iconico rosso fiammante proprio dalla cocciniglia. Esatto. Generazioni di nonni eleganti, di milanesi in vestito buono, di Negroni serviti in bar con le bottiglie esposte come trofei: tutti, ignari, hanno brindato a base di insetti messicani essiccati. Poi, nel 2006, l’azienda ha cambiato formulazione. Oggi il Campari utilizza coloranti rossi artificiali (E122, E102 ed E133), tutti sintetici. La buona notizia: niente più cocciniglie. La meno buona, vediamo tra poco.

Stessa storia, più o meno, per la maggior parte degli altri grandi marchi italiani: ricette riformulate, etichette ripulite, vegani placati. Una piccola rivoluzione passata sotto silenzio mentre tutti eravamo distratti dall’aperitivo successivo.

Dove si nasconde ancora oggi, in Italia

Il colpo di scena, però, è che il carminio non è sparito del tutto dai nostri scaffali. Lo trovi ancora in diversi prodotti italianissimi che, per ragioni varie, hanno deciso di non rinnegare la tradizione.

Il caso più poetico è l’Alchermes, il liquore profumato che le nostre nonne usavano per inzuppare il pan di Spagna nella zuppa inglese o per le pesche dolci. Il nome stesso lo dice tutto: viene dall’arabo “al-qirmiz”, che significa proprio cocciniglia. Letteralmente, è il liquore-cocciniglia. Una trasparenza linguistica che oggi farebbe rabbrividire qualunque ufficio marketing, ma all’epoca andava benissimo.

Poi ci sono certi hamburger industriali, würstel, salumi dal rosa sospetto, qualche yogurt alla fragola non ancora convertito al “veggie”, alcune caramelle e marshmallow rosa. E ovviamente la cosmetica: rossetti, blush, ombretti, ciprie, smalti. Qui l’E120 tiene ancora banco perché regge calore, luce e tempo meglio di qualsiasi sintetico. Il rossetto Chanel nel tuo cassetto potrebbe essere, tecnicamente, una pasta di insetti pregiata.

Il piccolo paradosso italiano (e qui si ride amaro)

Ecco la parte divertente. Ricordi quando, poco fa, dicevamo “la buona notizia: niente più cocciniglie. La meno buona, vediamo tra poco”? Ecco, è arrivato il momento.

Buona parte dei nostri amati aperitivi italiani, per sostituire la cocciniglia, oggi usa coloranti sintetici come l’E122 (azorubina) e l’E124 (Ponceau 4R, ironicamente chiamato anche “Cocciniglia A”, dove A sta per “artificiale”). Peccato che entrambi siano finiti nel famoso studio di Southampton, che li ha indicati tra i coloranti potenzialmente correlati a problemi di attenzione e iperattività nei bambini. Tant’è che l’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, ha pure abbassato la dose giornaliera accettabile dell’E124. Sui prodotti che lo contengono, in Europa, c’è oggi un’avvertenza specifica.

Tradotto in italiano comprensibile: per togliere le cocciniglie dall’aperitivo, abbiamo messo dentro derivati del petrolio con il bollino di garanzia ridotto. Uno scambio di cui, francamente, c’è da chiedersi chi sia il vincitore.

Morale (servita in calice ghiacciato)

La verità, in fondo, è che noi italiani abbiamo bevuto, mangiato e indossato insetti per secoli senza saperlo. I nostri bisnonni hanno brindato col Campari alla cocciniglia, le nostre nonne hanno fatto zuppe inglesi all’Alchermes-cocciniglia, e nessuno ne è mai morto. Anzi, hanno fatto figli, nipoti, e ci hanno raccontato che ai loro tempi si stava meglio.

Oggi siamo più informati, più sensibili, più attenti. E giustamente. Ma quando scopri che l’alternativa al rosso-insetto è il rosso-raffineria, ti sale una domanda esistenziale: non è che, alla fine, la cocciniglia faceva il suo onesto lavoro meglio di tanti sostituti? Era naturale, era stabile, era usata da millenni. Aveva il piccolo difetto di essere un insetto, certo. Ma di difetti, in giro, ce ne sono di peggio.

Quindi la prossima volta che ordini un Negroni, un Bitter o uno Spritz, leggi l’etichetta. Se trovi E120, alza il bicchiere alle settantamila protagoniste del tuo glamour. Se trovi E122 o E124, alza comunque il bicchiere, ma sappi che stai bevendo laboratorio. E se non trovi né l’uno né l’altro, congratulazioni: hai trovato uno dei pochi prodotti che ha davvero investito in barbabietola e ibisco. Un piccolo eroe contemporaneo.

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