Chiamatela anguria, cocomero o melone d’acqua: la fetta più fotografata dell’estate ha quattromila anni di storia, un faraone tra i fan e più licopene del pomodoro. Ritratto del frutto che ci salva dal caldo di agosto.
C’è un momento preciso in cui l’estate italiana raggiunge la perfezione: quando il coltello affonda nella scorza verde e fa “crack”. Da lì in poi è tutto in discesa — mani appiccicose, semi sputati con orgoglio balistico, fette a mezzaluna che sembrano sorrisi. Ma dietro quel rito da spiaggia c’è una storia che parte da molto, molto lontano.
Prima questione: come si chiama?
In Italia l’anguria è l’unico frutto con la carta d’identità regionale: anguria al Nord (dal greco angourion), cocomero al Centro (dal latino cucumis, cetriolo — e infatti sono cugini), melone d’acqua al Sud, ricalcato sul francese e sull’inglese watermelon. Tre nomi, un solo frutto, zero possibilità di mettersi d’accordo a tavola. Benvenuti in Italia.
Un’africana doc con un faraone nel curriculum
La scienza ha risolto da poco un giallo durato decenni: il progenitore selvatico dell’anguria non viene dal Kalahari, come si è creduto a lungo, ma dal Sudan — è il cocomero del Kordofan, una cuginetta dalla polpa chiara e non amara che cresce ancora da quelle parti. Dall’Africa nordorientale la domesticazione parte oltre quattromila anni fa: gli Egizi la coltivavano lungo il Nilo, la dipingevano nelle tombe e la mettevano nel corredo funebre — semi di anguria sono stati trovati persino nella tomba di Tutankhamon, perché il viaggio nell’aldilà è lungo e la sete è sete.
In Europa arriva secoli dopo, portata dagli arabi attraverso la Spagna e la Sicilia intorno al Medioevo, e da lì conquista tutto il Mediterraneo. Oggi la coltiviamo ovunque, ma il passaporto resta africano: un’immigrata di successo che d’estate diventa più italiana del parasole.
Cosa c’è dentro: quasi tutto acqua, ma che acqua..
L’anguria è acqua al 92% — praticamente una borraccia commestibile — e con circa 30 calorie all’etto è il dolce a cui nessun nutrizionista riesce a fare la predica. Ma il bello sta nel restante 8%. C’è il licopene, l’antiossidante che dà il rosso al pomodoro: l’anguria ne contiene anche di più, ed è la sostanza studiata per la protezione di cuore e pelle. C’è la citrullina, un aminoacido scoperto proprio qui — non a caso il nome scientifico del frutto è Citrullus lanatus — noto per favorire la circolazione e amato dagli sportivi, al punto che qualcuno ha ribattezzato l’anguria “il frutto degli atleti”. E poi potassio e magnesio contro la stanchezza da afa, vitamina C e betacarotene per pelle e abbronzatura. Il tutto mentre pensavate di stare solo mangiando un dessert.
Curiosità da ombrellone
Da sapere per vincere le discussioni in spiaggia: botanicamente l’anguria è insieme frutto e ortaggio, appartiene alla famiglia di zucche, zucchine e cetrioli — la macedonia e il minestrone se la contendono. In Giappone coltivano da anni le famose angurie quadrate, cresciute dentro teche di vetro: bellissime, costosissime e raccolte acerbe, quindi praticamente immangiabili — pura scultura da salotto. E il Guinness dei primati parla americano: l’anguria più pesante mai pesata superava i 150 chili, più di un frigorifero pieno di angurie normali.
Alla fine una fetta non basta
Quattromila anni di viaggio dal deserto sudanese al banco del fruttivendolo sotto casa, passando per i faraoni, gli arabi e le nonne che la mettono in fresco nel pozzo. L’anguria è la prova che le cose migliori dell’estate sono anche le più semplici: tanta acqua, un po’ di zucchero, una manciata di sostanze che fanno bene e quel rumore — crack — che vale da solo il prezzo del biglietto. Sceglietela pesante, sonora al tocco e con la macchia gialla sulla scorza (segno che ha preso il sole da terra, come noi). Al resto pensa lei.
