Terzo ko consecutivo, quarto in cinque partite, quindicesimo posto in classifica. All’Euganeo l’Entella ribalta i biancoscudati e il presidente Banzato lascia lo stadio prima del fischio finale. Per la seconda domenica di fila.
Ci sono sconfitte che pesano per il risultato e sconfitte che pesano per quello che raccontano. Padova-Entella 1-2 appartiene alla seconda categoria, e non per il gol di Guiu arrivato a cinque minuti dalla fine. Pesa perché, sette giornate dopo l’inizio del campionato, il progetto tecnico del Calcio Padova mostra crepe che non si riparano con una vittoria.
I numeri sono impietosi e non ammettono interpretazioni creative: quindicesimo posto, sette punti, due vittorie, un pareggio, quattro sconfitte. Sei gol segnati in sette partite, dieci incassati. Una squadra costruita con sei attaccanti in rosa per due maglie da titolare produce meno di un gol a partita. Se questo non è un fallimento di programmazione, bisognerà spiegare che cos’è.
E poi c’è l’immagine che resterà. Alessandro Banzato che si alza e se ne va prima del triplice fischio, per la seconda domenica consecutiva. Un presidente che abbandona il proprio stadio mentre la squadra sta ancora giocando non è un gesto di stizza: è un verdetto. Chi ha messo sul tavolo i soldi — l’acquisizione del club, il ripianamento dei debiti lasciati dalla gestione precedente, tre campagne acquisti, un investimento complessivo che la piazza stima ben oltre i venti milioni — ha smesso di guardare. E dietro di lui, una curva che ha cantato fino alla fine ma un resto dello stadio che ha fischiato, con i giocatori che escono a testa bassa.
La domanda scomoda, però, non riguarda solo la panchina. Antonio Calabro è arrivato in estate, biennale firmato, prelevato dalla Carrarese, e sostituisce Matteo Andreoletti: cioè l’uomo che aveva riportato il Padova in Serie B dopo anni di purgatorio e che aveva poi tenuto la barca a galla. Cambiare un allenatore che ha vinto per uno che deve ancora dimostrare è una scommessa legittima. Ma è una scommessa, e dopo sette giornate si sta perdendo. Alla terza di fila, con la Carrarese — la sua ex squadra — che viene a vincere 2-0 all’Euganeo e con l’Entella che ribalta una partita in vantaggio, le attenuanti sono finite.
Calabro ha detto di volerci mettere la faccia e di non mollare, e gli va dato atto dell’onestà. Ma il gol del pareggio è arrivato su calcio d’angolo, con Tiritiello lasciato libero in area: non è sfortuna, è un reparto che non si parla. E una squadra che va sotto dopo essere passata in vantaggio, due volte in tre settimane, non ha un problema di qualità. Ha un problema di testa, e la testa è il mestiere dell’allenatore.
Qui però il discorso si allarga, perché la rosa Calabro non l’ha scelta. L’ha costruita Massimiliano Mirabelli, responsabile dell’area tecnica, insieme a Sandro Porchia. Quella rosa doveva essere più giovane, più funzionale, “patrimonio” per il futuro: parole pronunciate a luglio con una certa sicurezza. Oggi quel patrimonio segna sei gol in sette partite e naviga a due punti dalla zona playout. Per questo le indiscrezioni che circolano — da Sky a Sportitalia — non parlano di un solo esonero, ma di due. Ed è logico che sia così: se si manda via l’allenatore dopo sette giornate, si certifica che la scelta estiva era sbagliata. E quella scelta porta la firma del direttore.
È qui che il Padova rischia il cortocircuito. Perché il sostituto, se arriverà, dovrà sceglierlo proprio chi è sul banco degli imputati. I nomi che girano — Mignani, Ballardini, Zanetti, con Stroppa bloccato dal regolamento degli allenatori — raccontano una società che cerca il pompiere, non il progetto. L’esatto contrario di quanto annunciato tre mesi fa.
Da settimana prossima comincia un trittico di gare ravvicinate che non concede respiro. È lì che si deciderà tutto, e probabilmente molto prima. Nel frattempo, una piazza che aveva risposto con oltre seimila abbonamenti si ritrova a fischiare la propria squadra a metà ottobre. Non è ancora un disastro sportivo: la classifica è cortissima e si recupera. È già, però, un disastro di credibilità.

