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Lifestyle

La pecora ti riconosce. E forse ne sa più di te

Di Redazione · 19 Maggio 2026 · 4 min di lettura

Cambridge ha scoperto che le pecore distinguono i volti umani. Un piccolo schiaffo a secoli di luoghi comuni.

Per secoli abbiamo usato la parola “pecora” come una specie di insulto soft. “Sei una pecora”, diciamo a chi segue la massa. “Fa il pecorone”, sentenziamo del tipo che non ha opinioni proprie. La povera bestia, intanto, brucava tranquilla nel prato, senza poter replicare. Ecco, oggi ha finalmente la sua rivincita. E arriva, dove altrimenti, dall’Università di Cambridge.

Uno studio condotto dalla professoressa Jenny Morton ha dimostrato che le pecore sanno riconoscere i volti umani dalle fotografie. Sì, le fotografie. Quelle bidimensionali. Quelle che persino tua zia, al telefono, fatica a inquadrare bene.

Otto pecore, quattro celebrità, un esperimento serissimo

La scena, raccontata così, sembra una sit-com inglese mai prodotta. Otto pecore di razza Welsh Mountain, in un recinto attrezzato di Cambridge, davanti a due schermi. Sugli schermi, alternati, scorrono i volti di Barack Obama, Emma Watson, Jake Gyllenhaal e Fiona Bruce, celebre giornalista della BBC. Già qui andrebbe fatta una pausa: c’è una pecora gallese, oggi, che probabilmente saprebbe distinguere Obama meglio di metà degli elettori americani.

Quando le pecore sceglievano la celebrità giusta – attraversando un raggio infrarosso davanti allo schermo – ricevevano un premio in croccantini. Quando sbagliavano, un buzzer suonava e niente cena. Una specie di Eredità degli ovini, in versione molto più educata di quella di Insinna.

E indovina chi ha imparato in fretta

Risultato: dopo l’addestramento, le pecore individuavano la celebrità corretta otto volte su dieci. Otto su dieci. Per dare un termine di paragone, è più o meno la mia percentuale di successo quando cerco di riconoscere chi mi saluta al supermercato.

Ma la parte davvero spiazzante è un’altra. I ricercatori, a un certo punto, hanno fatto comparire – senza alcun preavviso, senza alcun addestramento – la foto del guardiano delle pecore, quello che passava due ore al giorno con loro. E le pecore, sette volte su dieci, l’hanno riconosciuto. Hanno visto la sua faccia su uno schermo, una cosa che nella loro vita non era mai capitata, e hanno detto: “ma quello è Pino!”. (Si chiamasse Pino, naturalmente: di solito si chiamano cose tipo David e ascoltano la BBC alla radio.)

E hanno fatto pure la doppia presa: prima la foto, poi il guardiano in carne e ossa lì accanto, poi di nuovo la foto. Insomma, quello sguardo che facciamo tutti quando incontriamo dal vivo qualcuno che conoscevamo solo da Instagram.

Ma allora chi è il pecorone della situazione?

È il momento di fare i conti con la realtà. Le pecore hanno cervelli grandi, sono animali sociali longevi, e – secondo la professoressa Morton – hanno capacità di riconoscimento facciale comparabili a quelle di umani e scimmie. Tradotto: la prossima volta che incrociamo un gregge in transumanza, dovremmo salutare educatamente. Loro si ricordano di noi. Noi, di loro, neanche un po’.

E mentre noi continuiamo a non riconoscere il collega nuovo dopo tre mesi di riunioni, le pecore si segnano la tua faccia anche se ti hanno visto solo in foto. Una piccola umiliazione interspecie, ammettiamolo.

Perché Cambridge si è messa a fare casting agli ovini

Tutto questo, però, non è soltanto un esercizio di simpatia. Lo studio serve a un obiettivo serissimo: comprendere meglio le malattie neurodegenerative, in particolare il morbo di Huntington. Le pecore, infatti, hanno cervelli simili per dimensione e complessità a quelli di alcuni primati e vivono abbastanza a lungo da permettere ai ricercatori di studiare l’evoluzione di patologie che si sviluppano nel corso di anni.

In altre parole: la pecora, oltre a darci la lana, il formaggio e ogni tanto una metafora morale, ora ci aiuta anche a capire come funziona il cervello quando si ammala. Direi che, come curriculum, comincia a essere imbarazzante per il confronto.

Morale (con un po’ di lana addosso)

Tutto questo dovrebbe insegnarci qualcosa. Primo: smettere di usare gli animali come metro di stupidità è probabilmente una buona idea. Secondo: la prossima volta che qualcuno ti dà del pecorone, ringrazialo. Ti sta paragonando a un essere capace di riconoscere Obama da una fotografia in bassa risoluzione, distinguerlo da Jake Gyllenhaal e ricordarsi del proprio guardiano dopo averlo visto solo in foto. Insomma, un complimento.

Forse il vero problema, alla fine, non è che le pecore siano più intelligenti di quanto pensassimo. È che noi, probabilmente, lo siamo un po’ meno di quanto ci piaccia raccontarci.

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