Il tennis sembra lo sport più elegante e composto del mondo: campi verdi, applausi educati, completini immacolati. Ma dietro a quei vestitini candidi si nasconde una storia fatta di regole assurde, ribellioni clamorose e battaglie combattute a colpi di… calzini. Ecco i dress code più curiosi dei tornei ATP e WTA.
Wimbledon, la fortezza del bianco
La regina indiscussa delle regole è Wimbledon. Qui vige da oltre un secolo il famigerato quasi totale bianco: i giocatori devono vestirsi di bianco quasi assoluto dal momento in cui mettono piede in campo. E non un bianco qualsiasi: il crema e l’avorio sono vietati, i bordi colorati non possono superare il centimetro, persino la suola delle scarpe deve essere candida. Nel 2013 Roger Federer, otto volte campione lì, fu invitato a non rimettere più le sue Nike con la suola arancione. Al re del tennis non si perdona nemmeno una striscia fuori posto.
L’origine? Vittoriana e un po’ snob: a fine Ottocento le macchie di sudore visibili erano considerate sconvenienti, e il bianco le mascherava. Così l’eleganza più celebre dello sport nacque da un problema di… ascelle.
I ribelli che hanno sfidato le regole
Non tutti hanno accettato la dittatura del candore. Andre Agassi, icona ribelle con jeans strappati e colori fluo, disertò Wimbledon dal 1988 al 1990 in aperta protesta contro le regole (salvo poi tornare e vincerlo nel 1992). Nel 1985 Anne White si presentò con una tuta integrale bianca aderentissima: le fu gentilmente chiesto di non rifarlo mai più. Nel 2007 Tatiana Golovin mandò in tilt i benpensanti mostrando un lampo di mutandine rosse sotto la gonna: erano vietati i vestiti colorati, ma a nessuno era venuto in mente di mettere nero su bianco il colore della biancheria. Cavillo vinto.
Il più sfacciato di tutti resta Nick Kyrgios, che nel 2022 scese in campo con cappellino rosso e scarpe Air Jordan rosse, infrangendo la regola davanti a tutti e rispondendo alle critiche con un’alzata di spalle: “Faccio quello che voglio”.
La rivoluzione delle mutande
La battaglia più seria è arrivata di recente. Per oltre un secolo anche l’intimo doveva essere rigorosamente bianco: un incubo per le tenniste durante il ciclo mestruale, terrorizzate all’idea di una macchia in mondovisione. Dopo anni di proteste, nel 2023 Wimbledon ha finalmente ceduto e ha concesso alle atlete di indossare pantaloncini scuri sotto la gonna. Una piccola grande vittoria di buonsenso.
Roland Garros contro Serena: la guerra della tuta
Fuori da Wimbledon si respira tutt’altra aria: US Open, Australian Open e Roland Garros sono vere passerelle di colori. Ma anche lì non mancano le polemiche. Nel 2018 Serena Williams scese in campo a Parigi con una spettacolare tuta nera integrale, ispirata a Black Panther e indossata anche per motivi medici, dopo seri problemi di trombosi. La Federazione francese non gradì: il presidente dichiarò che bisogna “rispettare il gioco e il luogo” e mise al bando le tute intere. Serena rispose a modo suo: agli US Open successivi si presentò con un vaporoso tutù da ballerina disegnato dallo stilista Virgil Abloh. Messaggio recapitato.
E poi c’è chi ha fatto dell’eccentricità un marchio di fabbrica, come l’americana Bethanie Mattek-Sands, capace di sfoggiare stampe leopardate, cappellini improbabili e completini che sembrano usciti da una sfilata di carnevale più che da un campo da tennis.
Morale della favola
Nel tennis, insomma, il vestito non è mai solo un vestito. È tradizione, ribellione, marketing e, a volte, pura provocazione. La prossima volta che guardate una partita, non fermatevi al punteggio: osservate i completini. Dietro un semplice calzino bianco potrebbe nascondersi una guerra lunga cent’anni.
