Il numero 1 del mondo ha 24 anni, parla quattro lingue, ha un fan club vestito da carota e da bambino segnava 25 goal a stagione. Genialità o stranezza italiana?
Mettiamoci comodi e proviamo a immaginare la scena. Un bambino di tre anni e mezzo, capelli rossi che sembrano una fiammata e occhi azzurri che fissano il pendio innevato davanti a casa. La casa, peraltro, è il rifugio Fondovalle in Val Fiscalina, gestito da mamma Siglinde e papà Hanspeter. Quel bambino, sci ai piedi, comincia a scendere. E vince. Vince a sette anni il Gran Premio Giovanissimi in slalom gigante. Vince a dodici il titolo italiano di categoria. Alberto Tomba in persona, vedendolo a una gara, si ricorda ancora oggi di quella “folta massa di capelli rossi ricci”.
Quel bambino, evidentemente, a un certo punto ha avuto un’idea migliore: cambiare sport. Diciamoci la verità, se non lo avesse fatto, oggi nelle case italiane avremmo un altro Tomba e uno sconosciuto numero 1 del tennis mondiale di chissà quale Paese. Il nome “Sinner”, in quel caso, sarebbe rimasto solo il cognome del rifugio.
Tre sport in uno: il bambino-prodigio dell’Alto Adige
La parte poco raccontata della sua infanzia è questa: oltre allo sci, Jannik giocava a calcio. E non da pippa qualsiasi. Vestiva il numero 10 dell’AFC Sexten, allenato da papà Hanspeter (che era arrivato a giocare in Seconda Categoria), e segnava la bellezza di 25 goal a stagione. L’ex presidente del club lo ricorda così: “Bravo quel 10 con i capelli rossi”. Sci, calcio, tennis. A tredici anni Jannik si è ritrovato davanti a una scelta che nessun bambino dovrebbe fare: in quale di queste tre carriere puntare tutto?
Ha scelto la racchetta, contro ogni statistica. Perché, nelle sue stesse parole, “nello sci sbagli una porta e la gara è finita, nel tennis se sbagli un punto hai tre ore per rimediare”. Filosofia di vita travestita da scelta sportiva. A tredici anni, mica male.
Cosa fa di lui un genio? Il fatto che non sembri un genio
E qui arriva la parte più interessante. Sinner non assomiglia ai geni che siamo abituati a vedere in tv. Non urla. Non spacca racchette. Non litiga con l’arbitro. Non si batte il petto. Vince il punto, e l’espressione è la stessa di chi ha appena scoperto che al supermercato i pomodori sono in offerta. Questa specie di calma glaciale altoatesina ha cambiato il tennis mondiale. Carlos Alcaraz urla, vola, fa show. Jannik invece guarda. Pensa. Colpisce. Ripete. È una macchina di precisione svizzera con il fisico di un giocatore di basket: 188 centimetri, gambe lunghe, copertura del campo che farebbe invidia a un puma.
E i numeri sono diventati ridicoli: 4 Slam vinti (Australian Open 2024 e 2025, US Open 2024, Wimbledon 2025, primo italiano della storia a riuscirci), 10 Masters 1000, numero 1 del mondo. A Roma, a maggio 2026, ha completato il Career Golden Masters – vincere tutti e nove i tornei del Masters 1000 – a soli 24 anni. Era riuscito solo a Djokovic, ma a 31. Sette anni prima. E nello stesso colpo ha rotto un tabù lungo cinquant’anni: nessun italiano vinceva a Roma dal 1976, anno di Adriano Panatta. Le nonne italiane, in quel mese, hanno pianto due volte: di gioia e per nostalgia.
I Carota Boys: il fan club più ridicolo (e più amato) del tennis
E adesso, una delle storie più dolci dello sport italiano. Sei amici di Revello, in provincia di Cuneo, hanno deciso di andare agli Internazionali di Roma vestiti da carote per omaggiare i capelli rossi di Sinner. Letteralmente: costume integrale arancione, cappello verde a forma di ciuffo, sorriso ebete. I media li hanno notati subito, Jannik li ha adottati come mascotte, e oggi sono famosi in tutto il mondo. Si chiamano “Carota Boys”, hanno un sito ufficiale e seguono Sinner ovunque. Probabilmente sono l’unico tifo organizzato della storia con il rischio concreto di essere bolliti.
Altre curiosità che fanno innamorare: parla quattro lingue (tedesco madrelingua, italiano, inglese, un po’ di russo perché suo fratello maggiore Mark, adottato prima della sua nascita, viene da lì). Vive a Montecarlo, ma quando torna a Sesto Pusteria – dove sotto casa ha le piste da sci – aiuta ancora al rifugio dei genitori. Il suo idolo non era né Federer né Nadal, ma Alberto Tomba. Sì, lo sciatore. Il cerchio si chiude.
Morale (con racchetta in mano)
La verità su Sinner, in fondo, è che il suo segreto non è il dritto, non è la rovescia, non è il servizio. È un modo di stare al mondo. Tranquillo, educato, sorridente, sempre concentrato, mai sopra le righe. In un’epoca in cui le star urlano, twittano, fanno scandali e si fanno fotografare con la fidanzata in copertina, Jannik vince Wimbledon, sale sul podio, ringrazia, va a dormire alle dieci. Sembra l’eroe sbagliato per il nostro tempo. È esattamente per questo che funziona così tanto.
Forse, alla fine, il vero genio è proprio questo: non aver mai dimenticato di essere un ragazzo di montagna che alle sette del mattino si allenava a tennis con i guanti perché in Alto Adige fa freddo. Le partite, le coppe, gli sponsor, Wimbledon: tutto è arrivato dopo. La prima cosa, quella vera, era la voglia di colpire bene una pallina. Tutto il resto è un meraviglioso, inevitabile bonus.
